Rifugio politico

Nella sezione “elezioni” del manuale di conversazione non può mancare l’esclamazione iperbolica: “Se vince quello mi trasferisco all’estero”, e altre variazioni sul tema. Ci si ripromette più o meno sinceramente di andarsene, di lasciare il luogo dell’oppressione politica per trovare rifugio in un paese civile, di aprire un bar sulla spiaggia di Santo Domingo, si sognano (ma questo non si porta in società) conti esentasse alle Cayman, chalet sperduti nelle Alpi, vite seminomadi stile cacciatore-raccoglitore, fughe esotiche che diventano nuove vite perché se ci governa quello l’esistenza qui diventerà senz’altro un inferno.
17 AGO 20
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Nella sezione “elezioni” del manuale di conversazione non può mancare l’esclamazione iperbolica: “Se vince quello mi trasferisco all’estero”, e altre variazioni sul tema. Ci si ripromette più o meno sinceramente di andarsene, di lasciare il luogo dell’oppressione politica per trovare rifugio in un paese civile, di aprire un bar sulla spiaggia di Santo Domingo, si sognano (ma questo non si porta in società) conti esentasse alle Cayman, chalet sperduti nelle Alpi, vite seminomadi stile cacciatore-raccoglitore, fughe esotiche che diventano nuove vite perché se ci governa quello l’esistenza qui diventerà senz’altro un inferno. Bernard Arnault, un tizio da 41 miliardi di dollari che nella classifica degli uomini più ricchi del mondo è stabile al quarto posto (in Francia è stabile al primo), sta brigando per ottenere la cittadinanza belga e scappare dalle minacciose aliquote promesse da François Hollande, e quello del miliardario francese che emigra per sfuggire all’inquietante 75 per cento di tasse che il presidente socialista ha promesso di imporre agli epuloni di Francia è un topos persino logoro.
Consola che ci sia qualcuno che non prende troppo sul serio la fregola per la fuga da elezioni disgraziate e offra ai più lamentosi un aiuto concreto per realizzare i loro propositi. Il vicepresidente della compagnia aerea JetBlue, Marty St. George, ha spiegato: “L’abbiamo sentito mille volte: se il mio candidato non vince lascio il paese, e noi abbiamo deciso di dare la possibilità alla gente di riaversi dal dibattito politico e di dare un seguito ai loro propositi di fuga se il candidato preferito perde”. La compagnia ha indetto così un’estrazione di 1.006 biglietti andata e ritorno (ovvero 2.012 voli) per lasciare gli Stati Uniti il 6 novembre, giorno delle elezioni, e rifugiarsi altrove, almeno per un po’. La condizione è che il proprio candidato abbia perso la sfida per la Casa Bianca. Il progetto si chiama “Election Protection” e il motto è “Live free or fly”, vivi libero oppure vattene, scappa, vai ad Aruba ad abbronzarti mentre il transition team di Mitt Romney cerca il busto di Churchill negli scantinati della Casa Bianca, oppure mentre Obama promette che nel secondo mandato andrà in giro per il paese su un carro da Mardi gras e lancerà dolcetti della fortuna con massime di speranza ai passanti.
Bahamas, Turks & Caicos, St. Lucia, Barbados, Giamaica, Messico, Costa Rica, le mete rispondono all’immaginario classico dell’americano che sogna di lasciare una vita già di per sé complicata che diventerebbe insostenibile se questo o quell’altro cialtrone finisse alla Casa Bianca. Lo dicono nel video promozionale passanti arrabbiati che esclamano “sayonara” in favore di telecamera, lo dice il padre di famiglia e la giovane coppia, i baby boomers arrugginiti e i giovani che si sentono oppressi.
Il viaggio è andata e ritorno, ma la compagnia ricorda che si può sempre non tornare, non si perde nulla, è tutto gratis, ci si può stabilire a Negril e vivere per sempre pescando aragoste e fumando erba, lontano dai dibattiti elettorali, dalle pressioni fiscali, dalle coccarde, dagli elefanti e dagli asinelli, da tutti gli effetti indesiderati della politica, quell’arte che è nobilissima soltanto quando vince il proprio candidato. Quando viene asfaltato dall’avversario è una maledizione apocalittica, meglio lasciarsi alle spalle il paese, magari con un viaggio gratis.